Viaggi

Quel viaggio che si chiama pellegrinaggio: la mia esperienza a Lourdes

Quando ho trovato nella cassetta delle lettere quel volantino sembrava fatto apposta. Non stiamo a scomodare i segni perché proprio non è questo il caso, ma decisi di cogliere al volo l’opportunità, senza starci troppo a rimuginare – e chi mi conosce sa che questo non è proprio da me: se si può spaccare in quattro un capello io riesco ad estrarne la radice quadrata.

Era l’inizio di maggio ed ero reduce da un periodo in cui più di una volta mi ero sentita dire “Ora prendo e vado a Lourdes”. Ecco, con in mano quel volantino mi dissi: “Il 6 giugno parto per Lourdes”.

Non mi sono stata a fare troppe domande fino a qualche giorno prima della partenza, quando in effetti stavo per convincermi di aver fatto una tremenda cavolata per diverse ragioni.

Una, la prima, era puramente logistica: mesi di lavoro alle spalle no stop, finalmente riesco a prendermi due giorni di ferie e decido di passarne gran parte su un pullman. In compagnia di anziani. Per andare a visitare un luogo dove – mi ammonivano – “c’è pieno di malati, c’è la gente che sta male”!

Ero preparata a “Vedere di tutto”?

No, non ero preparata, anzi ero del tutto impreparata e sotto diversi punti di vista. Ma ero pronta e l’ho scoperto lì.

Non ero preparata anzitutto sui fondamentali: sono credente, ma per così dire “di ritorno” e avrei bisogno di un gran bel ripasso del catechismo; quindi la guida degli organizzatori, la compagnia degli altri pellegrini e soprattutto l’appoggio di Cristina sono stati fondamentali per vivere appieno questa esperienza.

A dirla tutta non avevo messo bene a fuoco il valore di questo pellegrinaggio. Pensavo di arrivare lì, vedere la grotta, accendere un paio di candele, far dire una messa, ringraziare più che chiedere e poco altro. Ero anzi fermamente decisa a non fare il bagno nelle piscine: “Io sto bene, non prendo il posto in fila a qualcuno che deve chiedere una grazia”. Insomma quello che avrei potuto fare anche alla Chiesa di Sant’Anna, arricchito nella mia testa di un valore in più per l’indiscutibile sacralità del posto. 

Oggi sorrido di tanta inesperienza e ne sono anche grata; perché tutto quello che nella mia ignoranza non riuscivo ad immaginare mi ha travolto piacevolissimevolmente. 

Io non associo Lourdes alla malattia, agli infermi, ma a una grande forza, energia e speranza. La vitalità dei volontari che donano tempo, aiuto e affetto a chi ne ha bisogno, e l’entusiasmo nella fede.

Un altro dei timori che mi portavo dietro da casa era che alla fine mi trovassi di fronte a una celebrazione della memoria tra lo sterile e lo stantio. Non potevo essere più fuoristrada!

Io credo, nella mia esperienza, che il pellegrinaggio di Lourdes sia per il pellegrino un autentico memoriale dei messaggi che la Madonna affidò a Bernadette nel 1858. 

Durante la prima apparizione l’11 febbraio di quell’anno la Santa Vergine apparve alla ragazza nella Grotta di Massabielle e recitò il Rosario, così come oggi fanno i pellegrini.  Nel corso della quarta apparizione Bernardette va alla Grotta con una candela benedetta. È da questo gesto che è sorta l’abitudine di portare candele ed accenderle dinanzi alla Grotta. Nel corso della nona apparizione, giovedì 25 febbraio, la Vergine Maria invitò Bernadette a bere l’acqua dalle fonte e a lavarsi con essa in segno di penitenza per i peccatori: obbediente la giovane scava alla base della Grotta e porta alla luce la sorgente, che oggi è stata incanalata e alimenta le fontane e le piscine di Lourdes. Il 2 marzo, nel corso della tredicesima apparizione, la Madonna chiede a Bernadette di dire ai sacerdoti “che si venga qui in processione e che si costruisca una cappella”. Ed è quanto accade: la Chiesa costruita sopra la grotta e la Chiesa in cammino, in processione con le candele . 

Si tratta di riti ripetuti giorno dopo giorno da 160 anni eppure non c’è traccia di stanchezza e ripetitività né in chi li amministra e né tra chi vi partecipa. 

E per partecipare basta dire sì, proprio come ho detto io alla fine al bagno nelle piscine. Mi sono arresa volentieri perché ho capito che la richiesta della grazia non c’entrava proprio nulla: si fa il bagno non per chiedere miracoli, ma per purificarsi e per abbandonarsi, per affidarsi. (E per quello che ho potuto sperimentare anche l’acqua di Lourdes bagna: è solo che l’immersione è veloce e non ci si asciuga, ma semplicemente ci si riveste; anche se mi piace pensare che alcuni strati superficiali siano rimasti nel fondo di quella vasca). 

Certo, non è tutto perfetto: a ridosso del Santuario c’è un fiorente (anche se mi dicono in netto calo rispetto agli anni ‘90) commercio di oggettistica religiosa, ci sono gli albergoni, ma mi è parso che non togliessero niente all’area sacra, che pure deve essere ospitata su un territorio che non ha potuto far altro che adattarsi a questa dimensione e ai flussi, anche di massa, che comporta. La percezione del fenomeno sicuramente dipende anche dallo spirito con cui si intraprende il viaggio stesso e che ripropone il tema della differenza tra pellegrinaggio e turismo religioso.

Un’esperienza come questa non può in ogni caso non essere che personalissima: dipende dal proprio rapporto con la fede, dalla propria sensibilità e quindi pur essendo anche un percorso bello da fare in gruppo, in comunità credo che ognuno torni a casa da questo tipo di viaggio con qualcosa di esclusivo, di unico e intimo.

 

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Giornalista in cerca di storie belle da raccontare. Responsabile Comunicazione Fondazione Campus.